SEI UN ROMPICOGLIONI?
Prima di scrivere, postare, messaggiare, telefonare, videochiamare, fatti questa domanda.
Ecco alcuni esempi o suggerimenti che possono aiutarti a capire se sei un rompicoglioni, o se invece no.
-stai per inoltrare un audio messaggio o un video senza spiegare di cosa si tratta
-stai scrivendo o chiamando principalmente per lamentarti dei cazzi tuoi e dei problemi tuoi
-stai chiamando o scrivendo in orario di lavoro, anche se il tuo messaggio non è urgente, e ti aspetti una risposta immediata
-stai inoltrando con un messaggio personale l'ennesimo meme, senza aggiungere nessuna spiegazione
-non sai come risolvere un problema tuo per il quale basta mettere la domanda su google per avere la risposta, ma tu pensi di scrivere/chiamare un amico (ex, amico)
Barbara Trigari
lunedì 30 marzo 2020
"Mamma, il coronavirus è andato via oggi? Che ne dici se andiamo, uhm, in piscina?"
Ieri era la piscina, altre mattine è il mare, il parco, la scuola, la ginnastica, "a fare un giretto piccolo". All'inizio lo chiamava "il virus della corona". Quando lo sente nominare in televisione mi chiede sempre perché ne stanno parlando. Vuole capire cosa sta accadendo. Ha sviluppato spontaneamente una sua forma di preghiera animista: "Caro coronavirus, puoi andare via e fare guarire tutte le persone? Mi ha ascoltato mamma, adesso vedi che va via".
Come tutti, Viola è andata a scuola l'ultima volta il 21 febbraio, cinque settimane fa. Il giorno prima hanno fatto la festina in maschera, quel giorno la maestra mi ha chiesto de rivolessi i libri che avevo prestato alla classe. "Ma no, tanto mercoledì ritornate a usarli". Per fortuna non ce ne mancano.
Nei giorni dopo siamo uscite poco. Una lezione di ginnastica e una in piscina, con i pochi bimbi presenti concentrati e felici di qualcosa che ricordasse la solita routine settimanale, un paio di volte ai giardini, a prendere il gelato. Il sabato abbiamo visto per l'ultima volta il parco e la sua migliore amica. Poi, come molti, abbiamo chiuso col mondo.
In queste tre settimane in casa ha avuto dei crolli. Una volta è scoppiata a piangere chiedendomi "almeno una passeggiata". Un pomeriggio ha voluto tornare nel marsupio per la prima volta da mesi e ci è rimasta due ore.
Pian piano ha accettato che la realtà si sia ristretta ai muri intorno a noi. Con il giardinetto e i nonni vicini, resta comunque tanto più fortunata di tanti. Le ho promesso che faremo un picnic appena farà più caldo, si è messa a saltare: "È un'idea FANTASTICA!". Ci vuole poco a farla contenta. Sabato abbiamo ordinato per la prima volta le pizze nella pizzeria dove andiamo di solito, che ha giusto riaperto per le consegne a domicilio per il weekend. "Andiamo a cena fuori? "No, è la cena che viene da noi!" "Oh, sono COSÌ felice!".
Ogni mattina vuole che la vesta elegante. "Mamma, fammi scegliere il vestito di oggi". È poco concentrata, il tempo di chiedermi di fare un'attività, prepararci a farla, ed è già oltre. Gioca, ride e ci fa ridere tanto, guarda cartoni, balla, non sta mai zitta. Ogni tanto, di colpo, guarda il soffitto o un punto lontano, mi ignora. "Che succede?" "Sto pensando". A cosa non è sempre dato sapere.
È comunque nervosa quanto noi, aggressiva, sfidante e alla ricerca del nostro punto di rottura. Ha il radar puntato su di noi e il nostro umore più che mai. Se non mi trova dove crede che sia (un'altra stanza, di fianco a lei nel buio) scoppia a piangere e mi chiama. Mi tocca nella notte: "Mamma, sei tu?" E chi dovrei essere?, le dico, e si rilassa. Se mi siedo mi si sdraia addosso, "Stiamo sempre insieme, vero?". E finché non le dico di sì non mi dà tregua. Se usciamo per andare a fare la spesa si piazza davanti alla porta e si abbarbica: "Dove vai, non devi andare, è pericoloso, c'è il virus. Dammi un bacio, un abbraccio, mi mancherai. Metti la mascherina".
Ne ha voluta una anche lei da indossare ogni tanto anche se non esce. Si affaccia dal balcone e si sbraccia con tutti quelli che passano, fa amicizia: "Ciaaao! Come stai? Io benissimo, grazie. Dove vai? Che bel cane!". Se vede dei bambini camminare (come i due che seguivano con il trolley il padre fino all'auto, evidentemente per il weekend) li guarda perplessa. Ieri sono passati anche un papà con una bimba entrambi in tuta, correvano su e giù per la via. La nostra via è deserta e lunga esattamente 200 metri, noi siamo esattamente a metà. Ma non so se avrò il coraggio di fare lo stesso.
Anche al telefono a tutti dice che sta benissimo, ma la sua espressione di pura nostalgia quando guarda a ripetizione i video dei suoi compagni mi stringe il cuore. "Poi facciamo una festa e invitiamo tutti, vero?". Le dico di sì, e come lei anche io non vedo l'ora che si possa fare. Stamattina a letto mi ha raccontato di essere sulla spiaggia, con i piedi sulla sabbia calda e poi nell'acqua. "Ti prometto che appena potremo andremo". "Ma mamma, stiamo facendo finta! Senti... è andato via oggi? Perché non ancora?"
Virginia Michetti
Ieri era la piscina, altre mattine è il mare, il parco, la scuola, la ginnastica, "a fare un giretto piccolo". All'inizio lo chiamava "il virus della corona". Quando lo sente nominare in televisione mi chiede sempre perché ne stanno parlando. Vuole capire cosa sta accadendo. Ha sviluppato spontaneamente una sua forma di preghiera animista: "Caro coronavirus, puoi andare via e fare guarire tutte le persone? Mi ha ascoltato mamma, adesso vedi che va via".
Come tutti, Viola è andata a scuola l'ultima volta il 21 febbraio, cinque settimane fa. Il giorno prima hanno fatto la festina in maschera, quel giorno la maestra mi ha chiesto de rivolessi i libri che avevo prestato alla classe. "Ma no, tanto mercoledì ritornate a usarli". Per fortuna non ce ne mancano.
Nei giorni dopo siamo uscite poco. Una lezione di ginnastica e una in piscina, con i pochi bimbi presenti concentrati e felici di qualcosa che ricordasse la solita routine settimanale, un paio di volte ai giardini, a prendere il gelato. Il sabato abbiamo visto per l'ultima volta il parco e la sua migliore amica. Poi, come molti, abbiamo chiuso col mondo.
In queste tre settimane in casa ha avuto dei crolli. Una volta è scoppiata a piangere chiedendomi "almeno una passeggiata". Un pomeriggio ha voluto tornare nel marsupio per la prima volta da mesi e ci è rimasta due ore.
Pian piano ha accettato che la realtà si sia ristretta ai muri intorno a noi. Con il giardinetto e i nonni vicini, resta comunque tanto più fortunata di tanti. Le ho promesso che faremo un picnic appena farà più caldo, si è messa a saltare: "È un'idea FANTASTICA!". Ci vuole poco a farla contenta. Sabato abbiamo ordinato per la prima volta le pizze nella pizzeria dove andiamo di solito, che ha giusto riaperto per le consegne a domicilio per il weekend. "Andiamo a cena fuori? "No, è la cena che viene da noi!" "Oh, sono COSÌ felice!".
Ogni mattina vuole che la vesta elegante. "Mamma, fammi scegliere il vestito di oggi". È poco concentrata, il tempo di chiedermi di fare un'attività, prepararci a farla, ed è già oltre. Gioca, ride e ci fa ridere tanto, guarda cartoni, balla, non sta mai zitta. Ogni tanto, di colpo, guarda il soffitto o un punto lontano, mi ignora. "Che succede?" "Sto pensando". A cosa non è sempre dato sapere.
È comunque nervosa quanto noi, aggressiva, sfidante e alla ricerca del nostro punto di rottura. Ha il radar puntato su di noi e il nostro umore più che mai. Se non mi trova dove crede che sia (un'altra stanza, di fianco a lei nel buio) scoppia a piangere e mi chiama. Mi tocca nella notte: "Mamma, sei tu?" E chi dovrei essere?, le dico, e si rilassa. Se mi siedo mi si sdraia addosso, "Stiamo sempre insieme, vero?". E finché non le dico di sì non mi dà tregua. Se usciamo per andare a fare la spesa si piazza davanti alla porta e si abbarbica: "Dove vai, non devi andare, è pericoloso, c'è il virus. Dammi un bacio, un abbraccio, mi mancherai. Metti la mascherina".
Ne ha voluta una anche lei da indossare ogni tanto anche se non esce. Si affaccia dal balcone e si sbraccia con tutti quelli che passano, fa amicizia: "Ciaaao! Come stai? Io benissimo, grazie. Dove vai? Che bel cane!". Se vede dei bambini camminare (come i due che seguivano con il trolley il padre fino all'auto, evidentemente per il weekend) li guarda perplessa. Ieri sono passati anche un papà con una bimba entrambi in tuta, correvano su e giù per la via. La nostra via è deserta e lunga esattamente 200 metri, noi siamo esattamente a metà. Ma non so se avrò il coraggio di fare lo stesso.
Anche al telefono a tutti dice che sta benissimo, ma la sua espressione di pura nostalgia quando guarda a ripetizione i video dei suoi compagni mi stringe il cuore. "Poi facciamo una festa e invitiamo tutti, vero?". Le dico di sì, e come lei anche io non vedo l'ora che si possa fare. Stamattina a letto mi ha raccontato di essere sulla spiaggia, con i piedi sulla sabbia calda e poi nell'acqua. "Ti prometto che appena potremo andremo". "Ma mamma, stiamo facendo finta! Senti... è andato via oggi? Perché non ancora?"
Virginia Michetti
giovedì 23 gennaio 2020
Metropolitana milanese, linea verde. Numero 2, in ordine cronologico.
Il convoglio sfreccia davanti al mio viso come se non dovesse fermarsi mai e un attimo dopo è immobile come non si fosse mai mosso. Apre le porte, salgo.
Studio l'ambiente, lo faccio sempre, e scruto veloce lo sguardo di chi non ha ancora eseguito l'impianto neurale occhi/cellulare: tutto bene, sono tre su circa duecento, sono coloro che ancora leggono libri e che domineranno il mondo, gente che nemmeno sa cosa sia Bibbiano, gente pura che pensa alla soluzione finale con grande ottimismo. In Matrix sarebbero gli eletti, qui sono i Messia.
Si chiudono le porte, e in pochi sembrano notarlo, eppure non è normale che un sistema idraulico di tale complessità debba per forza funzionare. Registro e lateralizzo il dettaglio, ora devo capire con chi passerò i miei prossimi minuti di vita.
Un'anziana signora in piedi ondeggia a un metro da me come un galleggiante nell'acqua, né fuori né dentro. Sembra debba cadere, non cade, non si aggrappa a niente. La squadro partendo dal basso: le sue non sono semplici scarpe da noviziato, sono calzari magnetici che la tengono ancorata al pavimento contro ogni valore G.
Una fotomodella-modello standard rivolge lo sguardo nove orbite solari più su, probabilmente scongelata stanotte dopo che la vidi, uguale ad oggi, identica vent'anni fa probabilmente nello stesso convoglio: la usano a ogni nuova campagna del mercatone dell'arredamento di Fizzonasco, il titolare ci tiene alla continuità e paga bene i genitori per il letargo criogenico della minorenne, ormai oltre gli anta ma lei non lo sa.
Il ragionier Rossi replica al mio occhiare e abbassa nervosamente gli occhiali di osso spesso misura anni '70, scotch anni' 80, disponibilità a 90, sociosensibile 360°. Passo oltre: il mio superudito avverte un tappare collettivo, è uscito un nuovo meme su instagram, il contagio è istantaneo, sono già tutti morti mentre si preoccupano di Wuhan e di un'altra epidemia da cui stare lontani, stretti stretti, belli appiccicati. Tossisco forzatamente per generare panico ma la realtà non sfonda il display, non da davanti.
Un cinese resta in un angolo, un cordone sanitario virtuale lo ripara da eventuali aggressioni, la distanza di rispetto è proporzionale al numero di morti per l'epidemia e cresce di fermata in fermata.
Il convoglio si muove.
Un ragazzino si guarda intorno, il padre è dentro un videogioco e ne uscirà a Loreto, ha quattro vite, una clandestina, una con sua moglie, altre due online.
Io avverto un senso di ingiustizia e sorrido al credoquasidodicenne. Lui ferma il suo sguardo su di me. Ricambia il sorriso.
In un attimo capisco che siamo uguali.
Conosco il suo pensiero: aiutami, siamo circondati da zombie che esplicitano il loro essere nelle viscere della città per poi celarle goffamente una volta riemersi in superficie. Annuisco per fargli capire che ho capito, ho colto la sua richiesta di aiuto.
Tuttavia, sappiamo entrambi che loro si riconoscono anche là fuori. Hanno un segnale convenuto con il quale dichiararsi.
Io e il ragazzino ci fissiamo ancora pochi secondi, il tempo affinché lui possa condividere le ultime sue intuizioni e mettermi in guardia da cose che solo una mente giovane può indovinare.
Ora schiude appena la bocca.
Non lo fare, ragazzino. So che vuoi rivelarti a me, ma non lo fare, non serve, ho capito. Se ti fai riconoscere, tempo un compleanno e ti regalano uno di quei cosi e finirai come loro. Ma non riesco a fermarlo e in lui riconosco l'eroe, colui che comunque cambierà il corso di qualcosa e inizierà proprio da me.
Eccolo che parla e nel fragore del vagone afferro la Domanda, scandita bene ad alta voce affinché tutti possano udire: "Signore, vuole sedersi?".
Rimango immobile, tutto si ferma, anche il convoglio, qualcosa mi ha scosso dalle fondamenta. In un attimo non ho più vent'anni, né ottanta e nemmeno sono Signore. Signore è morte e distruzione, Signore è l'abisso, il punto di non ritorno, Signore è l'anticamera del posto fisso ai margini del cantiere, le mani dietro la schiena. Signore è la condizione che se l'accetti è il segnale di resa: le cellule cadono a terra strato per strato, le domeniche sono al parco a giocare a bocce, i giornali si usano per pulire i vetri che non fanno alone.
Mi volto, faccia da poker, sfilo accanto alla vecchia urtandola volontariamente e i suoi scarponi fanno il loro lavoro.
Infilo le porte del vagone ancora fermo, non leggo il nome della stazione, ora sono altrove, sono a un vecchio trauma, sono seduto sul tram numero 15, direzione Gratosoglio, trentacinque anni fa, chiedo a un vecchietto se vuole sedersi, mi squadra e mi manda a fare in culo, tu e la tua gentilezza, cafone! e allora capisco tutto, lo perdono, mi perdono e i miei occhi si perdono a cercare l'uscita, devo riemergere, il cellulare non prende qui così.
Roberto Rilletti (Rillo)
Il convoglio sfreccia davanti al mio viso come se non dovesse fermarsi mai e un attimo dopo è immobile come non si fosse mai mosso. Apre le porte, salgo.
Studio l'ambiente, lo faccio sempre, e scruto veloce lo sguardo di chi non ha ancora eseguito l'impianto neurale occhi/cellulare: tutto bene, sono tre su circa duecento, sono coloro che ancora leggono libri e che domineranno il mondo, gente che nemmeno sa cosa sia Bibbiano, gente pura che pensa alla soluzione finale con grande ottimismo. In Matrix sarebbero gli eletti, qui sono i Messia.
Si chiudono le porte, e in pochi sembrano notarlo, eppure non è normale che un sistema idraulico di tale complessità debba per forza funzionare. Registro e lateralizzo il dettaglio, ora devo capire con chi passerò i miei prossimi minuti di vita.
Un'anziana signora in piedi ondeggia a un metro da me come un galleggiante nell'acqua, né fuori né dentro. Sembra debba cadere, non cade, non si aggrappa a niente. La squadro partendo dal basso: le sue non sono semplici scarpe da noviziato, sono calzari magnetici che la tengono ancorata al pavimento contro ogni valore G.
Una fotomodella-modello standard rivolge lo sguardo nove orbite solari più su, probabilmente scongelata stanotte dopo che la vidi, uguale ad oggi, identica vent'anni fa probabilmente nello stesso convoglio: la usano a ogni nuova campagna del mercatone dell'arredamento di Fizzonasco, il titolare ci tiene alla continuità e paga bene i genitori per il letargo criogenico della minorenne, ormai oltre gli anta ma lei non lo sa.
Il ragionier Rossi replica al mio occhiare e abbassa nervosamente gli occhiali di osso spesso misura anni '70, scotch anni' 80, disponibilità a 90, sociosensibile 360°. Passo oltre: il mio superudito avverte un tappare collettivo, è uscito un nuovo meme su instagram, il contagio è istantaneo, sono già tutti morti mentre si preoccupano di Wuhan e di un'altra epidemia da cui stare lontani, stretti stretti, belli appiccicati. Tossisco forzatamente per generare panico ma la realtà non sfonda il display, non da davanti.
Un cinese resta in un angolo, un cordone sanitario virtuale lo ripara da eventuali aggressioni, la distanza di rispetto è proporzionale al numero di morti per l'epidemia e cresce di fermata in fermata.
Il convoglio si muove.
Un ragazzino si guarda intorno, il padre è dentro un videogioco e ne uscirà a Loreto, ha quattro vite, una clandestina, una con sua moglie, altre due online.
Io avverto un senso di ingiustizia e sorrido al credoquasidodicenne. Lui ferma il suo sguardo su di me. Ricambia il sorriso.
In un attimo capisco che siamo uguali.
Conosco il suo pensiero: aiutami, siamo circondati da zombie che esplicitano il loro essere nelle viscere della città per poi celarle goffamente una volta riemersi in superficie. Annuisco per fargli capire che ho capito, ho colto la sua richiesta di aiuto.
Tuttavia, sappiamo entrambi che loro si riconoscono anche là fuori. Hanno un segnale convenuto con il quale dichiararsi.
Io e il ragazzino ci fissiamo ancora pochi secondi, il tempo affinché lui possa condividere le ultime sue intuizioni e mettermi in guardia da cose che solo una mente giovane può indovinare.
Ora schiude appena la bocca.
Non lo fare, ragazzino. So che vuoi rivelarti a me, ma non lo fare, non serve, ho capito. Se ti fai riconoscere, tempo un compleanno e ti regalano uno di quei cosi e finirai come loro. Ma non riesco a fermarlo e in lui riconosco l'eroe, colui che comunque cambierà il corso di qualcosa e inizierà proprio da me.
Eccolo che parla e nel fragore del vagone afferro la Domanda, scandita bene ad alta voce affinché tutti possano udire: "Signore, vuole sedersi?".
Rimango immobile, tutto si ferma, anche il convoglio, qualcosa mi ha scosso dalle fondamenta. In un attimo non ho più vent'anni, né ottanta e nemmeno sono Signore. Signore è morte e distruzione, Signore è l'abisso, il punto di non ritorno, Signore è l'anticamera del posto fisso ai margini del cantiere, le mani dietro la schiena. Signore è la condizione che se l'accetti è il segnale di resa: le cellule cadono a terra strato per strato, le domeniche sono al parco a giocare a bocce, i giornali si usano per pulire i vetri che non fanno alone.
Mi volto, faccia da poker, sfilo accanto alla vecchia urtandola volontariamente e i suoi scarponi fanno il loro lavoro.
Infilo le porte del vagone ancora fermo, non leggo il nome della stazione, ora sono altrove, sono a un vecchio trauma, sono seduto sul tram numero 15, direzione Gratosoglio, trentacinque anni fa, chiedo a un vecchietto se vuole sedersi, mi squadra e mi manda a fare in culo, tu e la tua gentilezza, cafone! e allora capisco tutto, lo perdono, mi perdono e i miei occhi si perdono a cercare l'uscita, devo riemergere, il cellulare non prende qui così.
Roberto Rilletti (Rillo)
giovedì 31 ottobre 2019
domenica 13 ottobre 2019
Barbapartìn (zio Bonaparte: nome tuttora comune fra gli ebrei, a ricordo della prima effimera emancipazione elargita da Napoleone), era decaduto dalla sua qualità di zio perché il Signore, benedetto sia Egli, gli aveva donato una moglie così insopportabile che lui si era battezzato, fatto frate, e partito missionario in Cina, per essere il più possibile lontano da lei.
Primo Levi, "Argon", da Il sistema periodico
Primo Levi, "Argon", da Il sistema periodico
domenica 1 settembre 2019
Ci sono tante cose che mi fanno stare benissimo in vacanza e che faccio tanta fatica a trovare, a mantenere qui.
[...]
La prima, forse la più importante, è una cosa per cui non trovo una parola italiana, è quello stato di “non pensiero” che è contemporaneamente di massima concentrazione: quello stato in cui si è forse sempre da bambini, in cui ho la sensazione siano sempre gli animali, lo stato in cui cerchi sassini bianchi sulla spiaggia, o funghi in un bosco, o peschi, o cerchi di costruire una capanna coi rami o un castello di sabbia o di colorare un disegno complicato.
E non esiste più il mondo eppure ti ci senti del tutto fuso dentro, come se fossi un sassino o un’onda o un fungo. Senti tutto il tuo corpo in ogni centimetro ma fa da solo, magari sudando ma senza sforzo. Non hai nessun pensiero preciso, nessun pensiero formulato in parole, sei solo quello che stai facendo, senza tempo e linguaggio, immemore.
Laura Sphera
[...]
La prima, forse la più importante, è una cosa per cui non trovo una parola italiana, è quello stato di “non pensiero” che è contemporaneamente di massima concentrazione: quello stato in cui si è forse sempre da bambini, in cui ho la sensazione siano sempre gli animali, lo stato in cui cerchi sassini bianchi sulla spiaggia, o funghi in un bosco, o peschi, o cerchi di costruire una capanna coi rami o un castello di sabbia o di colorare un disegno complicato.
E non esiste più il mondo eppure ti ci senti del tutto fuso dentro, come se fossi un sassino o un’onda o un fungo. Senti tutto il tuo corpo in ogni centimetro ma fa da solo, magari sudando ma senza sforzo. Non hai nessun pensiero preciso, nessun pensiero formulato in parole, sei solo quello che stai facendo, senza tempo e linguaggio, immemore.
Laura Sphera
mercoledì 7 agosto 2019
The systematic looting of language can be recognized by the tendency of its users to forgo its nuanced, complex, mid-wifery properties for menace and subjugation. Oppressive language does more than represent violence; it is violence; does more than represent the limits of knowledge; it limits knowledge. Whether it is obscuring state language or the faux-language of mindless media; whether it is the proud but calcified language of the academy or the commodity driven language of science; whether it is the malign language of law-without-ethics, or language designed for the estrangement of minorities, hiding its racist plunder in its literary cheek – it must be rejected, altered and exposed. It is the language that drinks blood, laps vulnerabilities, tucks its fascist boots under crinolines of respectability and patriotism as it moves relentlessly toward the bottom line and the bottomed-out mind. Sexist language, racist language, theistic language – all are typical of the policing languages of mastery, and cannot, do not permit new knowledge or encourage the mutual exchange of ideas.
(Toni Morrison, Nobel Lecture 1993)
Il sistematico saccheggio del linguaggio può essere riconosciuto nella tendenza di coloro che lo usano a fare a meno delle sue proprietà maieutiche (come le sfumature e la complessità) per usarlo invece al fine di minacciare e assoggettare.
Il linguaggio oppressivo fa qualcosa di più che rappresentare la violenza: è violenza; fa qualcosa di più che rappresentare i limiti della conoscenza: limita la conoscenza.
Che si tratti del linguaggio di dominio usato dal potere oppure del falso linguaggio usato in modo spensierato dai media; che si tratti dell’orgoglioso ma imbalsamato linguaggio dell’accademia oppure del linguaggio oggettificato della scienza; che si tratti del linguaggio maligno della legge-senza-etica oppure del linguaggio creato per discriminare le minoranze e nascondere il suo razzismo attraverso la sua sfrontatezza letteraria – esso deve essere rifiutato, modificato, svelato.
Si tratta di un linguaggio che beve sangue, che piega le vulnerabilità, che nasconde i suoi stivali fascisti sotto crinoline di rispettabilità e patriottismo e si muove in fretta e furia verso il fondo, verso menti ridotte ai minimi termini.
Il linguaggio sessista, quello razzista, il linguaggio teistico – sono tutti linguaggi tipici della politica del dominio, e non possono permettere, non permettono nuove conoscenze né incoraggiano il mutuo scambio di idee.
(traduzione di Donatella Trevisan)
(Toni Morrison, Nobel Lecture 1993)
Il sistematico saccheggio del linguaggio può essere riconosciuto nella tendenza di coloro che lo usano a fare a meno delle sue proprietà maieutiche (come le sfumature e la complessità) per usarlo invece al fine di minacciare e assoggettare.
Il linguaggio oppressivo fa qualcosa di più che rappresentare la violenza: è violenza; fa qualcosa di più che rappresentare i limiti della conoscenza: limita la conoscenza.
Che si tratti del linguaggio di dominio usato dal potere oppure del falso linguaggio usato in modo spensierato dai media; che si tratti dell’orgoglioso ma imbalsamato linguaggio dell’accademia oppure del linguaggio oggettificato della scienza; che si tratti del linguaggio maligno della legge-senza-etica oppure del linguaggio creato per discriminare le minoranze e nascondere il suo razzismo attraverso la sua sfrontatezza letteraria – esso deve essere rifiutato, modificato, svelato.
Si tratta di un linguaggio che beve sangue, che piega le vulnerabilità, che nasconde i suoi stivali fascisti sotto crinoline di rispettabilità e patriottismo e si muove in fretta e furia verso il fondo, verso menti ridotte ai minimi termini.
Il linguaggio sessista, quello razzista, il linguaggio teistico – sono tutti linguaggi tipici della politica del dominio, e non possono permettere, non permettono nuove conoscenze né incoraggiano il mutuo scambio di idee.
(traduzione di Donatella Trevisan)
Iscriviti a:
Post (Atom)