giovedì, giugno 30, 2016

giocare con la paura della gente ti fa magari anche vincere le elezioni, ma è un gioco pericoloso perché poi tutta la rabbia che hai fomentato la devi gestire

Gianluca Ruggiero (a proposito di Brexit)

domenica, maggio 15, 2016

"Non siamo pagati per essere morali. Il nostro lavoro non è di verificare le informazioni, ma di accelerare la circolazione di quelle a noi favorevoli, per raggiungere bersagli accuratamente scelti. L'elemento essenziale è la velocità: quando compare una notizia buona per noi, dobbiamo darla in pasto all'opinione pubblica. Perché sappiamo perfettamente che la prima notizia è quella che conta. Dopo, le smentite non hanno alcuna efficacia."
James Harff, direttore dell'agenzia Rucher & Finn

(da Jacques Merlino, Les vérités yougoslaves ne sont pas toutes bonnes à dire, citato da Babsi Jones in Sappiano le mie parole di sangue, Rizzoli 2007)

Babsi, in una nota a pag 53 del suo libro, spiega: l'agenzia Rucher & Finn ha curato gli interessi dei governi croato e bosniaco, orchestrando un'intensa attività di promozione della loro immagine e di propaganda ai danni dei Serbi in Occidente. Tra i suoi clienti, registrati per legge presso il Dipartimento di Giustizia statunitense, figura dal 1992 anche la Repubblica del Kosova albanese.

domenica, novembre 22, 2015

Insomma, oggi posso dire con certezza, guardando indietro, con rinnovate sicurezza e maturità, e vecchiezza, e due palle anche, di aver superato momenti difficili, bui, nei quali non riuscivo a vedere altra via d'uscita se non la mia testardaggine e la lavatrice che gira rassicurante (l'asciugatrice no perché non si vede dentro).

Buba (Georgia)

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L'odore è quello di notte inoltrata anche se in realtà non sono nemmeno le undici. La stanchezza inganna i sensi e la percezione del tempo. Ti siedi sulla tazza del water, pensieri confusi, pensieri pesanti. Piano piano tutto si allontana irrilevante, il lavoro, la casa, la famiglia. Un passo nel vuoto, così all'improvviso. Potresti restare lì, nei confini della follia, per l'eternità e nessuno verrebbe a cercarti.
Poi il tuo sguardo si scosta di un attimo ed eccola la lavatrice, piena di biancheria da stendere.
Così sorridi e passando dall'oblio all'oblò torni.

wild (Tania)

giovedì, ottobre 01, 2015

Accompagno le bambine a scuola, poi mi allungo dalla pediatra a ritirare un certificato per Ginevra.
Nella sala d'attesa siamo in sette persone. Sono seduto accanto a una signora riccia coi capelli raccolti sopra la nuca e gli occhiali da segretaria, che sta digitando furiosamente su un tablet. Di fronte a me una coppia di colore, entrambi scurissimi, con una bambina minuta che la mamma sta allattando al seno. Sono così belle che sembrano un quadro. Una bambina bionda con le trecce, seduta in fianco a una nonna vestita elegante, li osserva come ipnotizzata. La nonna osserva a sua volta la nipote con un'espressione di allarme. Quando la bambina bionda scende dalla sedia, la nonna ha un sussulto. La bambina bionda va dritta dalla coppia di colore e prima che la nonna riesca a fermarla fa una carezza sulla testa alla bambina piccola. La mamma stacca la bambina piccola dal seno, si sistema, la batte sulla schiena, infine la volta tenendola seduta su una gamba proprio davanti alla bambina bionda, quasi per dargliela. La bambina bionda la fissa.
"Quanti anni hai?", dice la mamma di colore in un italiano incerto.
"Due", dice la bambina bionda, facendo il segno con le dita.
"Ormai tre", la corregge la nonna alle sue spalle.
"Come si chiama?", dice la bambina bionda indicando la bambina piccola.
"Si chiama Anele", dice la mamma.
"E quanti anni ha?", dice la bambina bionda.
"Ha due mesi e mezzo", interviene il papà, "è una bambina molto piccola."
La bambina bionda le avvicina la mano alla guancia e la accarezza ancora. La nonna ha sul viso un'espressione che pare dire "oddio, ecco l'Ebola". La bambina piccola, calmissima, sembra accennare un sorriso.
"Come si chiama di cognome?", dice la bambina bionda.
"Mbokany", dice il papà.
La bambina bionda prova a dirlo, ma non ci riesce.
"È un nome difficile", dice il papà. La bambina bionda prova ancora. La porta della dottoressa si apre.
"Semprebon!", dice la dottoressa.
La nonna si incammina e fa per entrare nello studio.
"Priscilla!", dice quand'è quasi sulla porta, "vieni, dai."
Priscilla non si muove, continua a fissare la bambina piccola.
"Vai che la mamma ti chiama", dice l'uomo di colore.
La nonna dalla porta guarda l'uomo.
"Sono la nonna", dice con una punta di fastidio nella voce.
"Signora, credo volesse farle un complimento", dico io.
L'uomo sorride, la nonna no.
"Bokani!", dice Priscilla.
"Brava", dice l'uomo, "ma adesso vai dalla nonna."
Priscilla obbedisce, entrano, la porta dello studio si chiude. L'uomo ed io ci guardiamo. La signora riccia continua a digitare sul suo tablet.
"Non è che volevo fare un complimento", dice, " è che nel mio paese nonna e mamma si dicono nello stesso modo, e anche dopo quasi tre anni mi sbaglio sempre."
"Capisco", dico. "Io lo dicevo solo perché dicendole mamma l'hai fatta sentire più giovane."
"Giovane è un complimento?", dice.
"Di sicuro non lo è vecchio", dico ridendo.
L'uomo mi fissa.
"Da noi i vecchi sono gli adulti più rispettati, i più preziosi", dice. "Per questo durante la guerra li uccidono per primi."
Mi sento spiazzato, come se qualcuno avesse improvvisamente girato la mia testa in un'altra direzione.
"Ma se i vecchi sono più preziosi", dico, "allora perché mamma e nonna si dicono allo stesso modo?"
Mi guarda con uno sguardo paterno, lo so perché li conosco bene.
"Perché mamme e nonne hanno dato la vita", dice indicando prima sua moglie e poi sua figlia.
Penso che mi sembra un concetto così elementare da essere meraviglioso. Guardo quest'uomo scuro come la notte, la sua compostezza, lo ascolto parlare con misura ed educazione, non una parola fuori posto. Penso anche che lui è lì con la sua famiglia, li ha accompagnati. Mentre io, per esempio, sono dal pediatra da solo, e la bambina bionda, per esempio, è venuta con la nonna, e la signora riccia, per esempio, non ha mai sollevato la testa da quando siamo entrati, come se non esistessimo.
Lo guardo e non conosco la sua storia, ignoro se sia arrivato qui su un barcone o su un jet privato, se sia un lavapiatti o se sia laureato a Oxford. Ma non posso fare a meno di pensare al pregiudizio nello sguardo della nonna di Priscilla, ai soliti discorsi sull'"invasione", a quelli che senza farsi alcuna domanda mai, vorrebbero "aiutarli tutti a casa loro".
E mi viene da pensare, invece, a quanto avremmo tanto bisogno di persone come quest'uomo. Per guardare in altre direzioni. Per riscoprire i fondamentali.
Per aiutarci un poco a casa nostra.

Matteo Bussola

domenica, settembre 20, 2015

Qualcuno tappa male un tombino e capita che qualche altro distratto ci inciampi.
Talvolta l'inciampo passa quasi inosservato e si prosegue dritti, altre volte ti tocca riemergere dal paese delle meraviglie in cui stavi cazzeggiando mentre camminavi a naso per aria lungo sentieri che pensavi immutabili.
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Esterno notte, area residenziale a sud di Milano, piovechediolamanda.
Rientrando a casa scorgo la figura di un uomo vestito molto dignitosamente.
Sta fermo. In piedi, sul marciapiede sotto la pioggia torrenziale, la testa china, sembra che aspetti qualcosa.
A quell'ora, in questo specifico triangolo di periferia, se rimani piantato sotto l'acqua devi essere uno che non ha paura di niente oppure devi avere un problema molto, molto serio oppure entrambe le cose. Rallento più per curiosità che per altro e presto mi accorgo che quell'uomo non è solo. Piano piano metto a fuoco: ce ne sono altri più o meno come lui nelle vicinanze: qualcuno è seduto sul marciapiede, qualcuno è seduto sulle panchine del parchetto lì vicino, un altro paio di privilegiati sono in piedi in una delle poche cabine telefoniche rimaste: si riparano dall'acqua. Ci sono anche una donna e al suo fianco un uomo che la copre dalla pioggia con una giacca di stoffa già fradicia.
Non fanno nulla. Sembrano aspettare.
Non parlano tra di loro. Fa freddo, piove sempre di più e vestono come se fosse estate in riviera.
Non so perché ma ho già accostato e sono giù dalla macchina. Normalmente avrei qualche timore ma in queste zone ci sono cresciuto da ragazzo e ho come un senso di sicurezza territoriale. Mi guardo intorno e decido di dirigermi verso l'unica struttura illuminata. Fuori dal cancello ci sono due pattuglie di carabinieri più un brulicare di persone, tante persone, decine e decine di persone che prima passando non avevo nemmeno notato.
Cammino stranito attraverso una ordinatissima doppia fila di uomini e donne bagnati che sembrano non notarmi, rimangono chiusi in un silenzio che quasi stordisce.
I carabinieri sono sfatti dal sonno e dalla fatica, prendono le generalità di persone che potrebbero essere i loro genitori, i loro figli. Hanno la divisa sgualcita e fradicia, la faccia di chi deve e vuole fare quello che sta facendo ma vorrebbe che non fosse necessario farlo, non in quel modo.
Non urla nessuno, come se urlare possa rompere chissà quale equilibrio, svegliare chissà quale demone.
Vedo italiani e stranieri distribuire beni di prima necessità ad altri italiani e stranieri. Non c'è distinzione di abbigliamento, non capisci subito chi è che aiuta chi. E' un cazzo di casino ma non del tutto un inferno perché manca il frastuono. Ciò che colpisce più di tutto è proprio il silenzio in cui tutto si svolge: ho sempre pensato che l'inferno fosse molto rumoroso ma mi sbagliavo. Oppure non è davvero questo l'inferno.
Mi avvicino a quello che sembra essere un volontario che d'istinto mi passa subito un piatto, poi un altro e poi un altro, è una macchina di piatti, poi alza lo sguardo e realizza che non sono uno di loro così si ferma, dice che si chiama Maurizio e che io non posso stare lì, devo essere assicurato, mentre lo dice è dispiaciuto e mi racconta che lui è il capo e mi racconta chi sono tutte queste persone.
Parla e impiatta, impiatta e spiega che i più sono singoli, uomini e donne e poi famiglie che nel bel mezzo di una notte qualunque sono stati costretti a decidere in pochi secondi cosa portare via dalle loro case. Chi ha esitato, magari per portarsi via la fotografia di mamma, è stato sorpreso dalle milizie e giustiziato sul posto. E' stato in quei concitati momenti che qualcuno di loro ha perso i genitori, altri i figli in una fuga che non ha nulla di umano, che non dovrebbe esistere su questa Terra.
Maurizio all'improvviso decide che per una volta posso fare passare una vasca di aringhe dalla cucina al banco di distribuzione e così mi coinvolge.
(e in quel delirio penso che ho sempre eretto una sorta di barriera psicologica che mi ha mantenuto empaticamente distante da situzioni del genere. Ma lì accade tutto troppo in fretta, non hai il tempo per il giudizio e del tuo giudizio sinceramente non gliene frega niente a nessuno perché col tuo inutile pregiudizio non ci si mangia, non ci si copre, non ci si lava, non ci si asciuga, non ci si ripara dalla pioggia e soprattutto non si risolve nessun problema concreto)
Chiedo a Maurizio che cosa servirebbe: serve tutto, risponde asciutto. Io gli chiedo che cosa e lui mi dice pensa a una cosa qualunque, io tentenno e lui: serve.
Spazzolini da denti? Servono. Sapone? Serve. Vestiti? Servono. Scarpe? Servono. Coperte? Servono. Cibo? Serve. Mi spiega che soprattutto serve cibo, disperatamente: deperibile, in scatola, verde, giallo, tutto.
Mi vede pensieroso e si fa serio. Forse tu non hai capito, mi dice, questi non hanno più nulla, questi stanno correndo da giorni, alcuni da settimane, passano affamati e proseguono, hanno la paura che gli morde il culo, ormai gli rimane poco altro che correre. Ci penso e questo sottintende che una volta, pochi giorni fa, avevano una vita pure loro.
E infatti serve anche una vita, magari la tua, mi dice Maurizio. Qui capisco che non è una domanda la sua: vieni qui, anche solo poche ore, mi dice. Sono come noi. Potremmo essere noi. Per noi lo faresti? C'è bisogno, siamo tutti simili tra noi, e lo dice convinto.
(e intanto penso che i sentimenti che si respirano lì dentro sono di paura, di gratitudine, di dolore per quello o per quelli che si sono perduti forse per sempre. Sono sentimenti di consapevolezza che quella è solo una tappa e che il domani li porterà in un'altro universo. Sono sentimenti di dignità. Ecco sì, si respira forte la dignità di essere umani con un nome, un cognome, una storia, delle radici, e la memoria di ciò che si è. Svestiti di tutto ma non di ciò che rende la vita degna di essere vissuta).
Gli chiedo se ci sono modalità per portare materiale oltre che presenza.
Mi guarda strano: vieni qui e svuoti il bagagliaio sul vialetto, i volontari distribuiscono in tempo reale.
Poi mi caccia perché lì non posso stare se non sono assicurato, ribadisce. Ma con 10 euro di assicurazione posso esserlo, devo andare in via Moscova a Milano, scrive velocemente un numero su un foglio che mi porge e poi mi spinge con fermezza ad andarmene: qui o agisci o sei d'impiccio.
Mentre esco guardo quei volti disperati. La maggior parte di loro è di passaggio, diretta in un altrove che non ha certo scelto su Booking.com
Mi chiedo che cosa troveranno e se troveranno il modo di usare la forza che hanno per costruire qualcosa di nuovo, qualcosa che nemmeno noi possiamo ancora immaginare.
(e penso che qui ci si danna per comprare roba che ti riempie davvero di niente, con la quale rischiamo di travestire il nulla che abbiamo paura di essere agli occhi degli altri e di noi stessi e penso che se in soli cinque secondi dovessimo scegliere cosa portare con noi per lasciare per sempre la nostra terra faremmo davvero fatica a pensare che cosa e quello farebbe la differenza tra vivere e sopravvivere).

Rillo (in questo caso su facebook)

sabato, agosto 15, 2015

15 agosto
Assunzione B. V. Maria
Che B. dovrebbe stare per beata, e V. dovrebbe stare per vergine
Credo
Cioè
A Mmmmmaria la assumono, beata e vergine
Che forse sono queste le due condizioni
Ma poi ripenso in generale alle assunzioni, e mi ricredo

M.M.

mercoledì, luglio 29, 2015

Avrei voluto scrivere del mio cuore che ora fatica a battere,
dei troppi farmaci con cui il mio fegato adesso cerca di combattere.
Avrei voluto scrivere di questa vita insonne, di questi sogni feriti, di questi baci traditi.
Ma la testa mi fa male e gli occhi mi bruciano.
Sono una bambina, poi guerriera, sono una donna, poi bambina.
Avrei voluto dire, avrei voluto fare, avrei voluto amare...
Ma la testa mi fa male e gli occhi mi bruciano.
Avrei voluto scrivere dei miei sogni che ora faticano ad arrivare,
dei troppi volti con cui il mio corpo cerca di scappare.
Avrei voluto scrivere di questa vita esaltata, di queste ferite baciate, di questi tradimenti sognati.
Ma la testa mi fa male e gli occhi mi bruciano.
Sono un fantasma, poi pazzia, sono una donna, poi basta.
Avrei voluto vincere, avrei voluto volare, avrei voluto vivere...
Ma la testa mi fa male e gli occhi mi bruciano.
Avrei voluto scrivere e invece come al solito farnetico un po'.

wild (lifeart)

lunedì, luglio 27, 2015

Miniguida alla ragazza friulana

1. Non darle della milanese. Sì, ok, NESSUNO sa come suoni il friulano, a parte i friulani. Mandi Mandi è stato inghiottito dalle nebbie del tempo, Pizzul non l'avete mai sgamato, Bearzot non ve lo ricordate, Zoff parla poco e non badate a me, io ormai sono perduta. Però se volete vi faccio un Souncloud di mia sorella. Quello è accento friulano.
2. Si dice Friùli, non Frìuli. Non è difficile. Ripeti con me, Friùli, Friùli, Friùli. Ok, mi arrendo. Sono quasi dodici anni che provo a insegnarlo al romano con cui divido casa e ancora si sbaglia.
3. Non fare lo spandone. "Spandone" è lo sbruffone friulano, almeno dalle mie parti. Se il cazzaro romano alla fine gode di una certa simpatia perché anima e rallegra la serata, lo spandone viene guardato con severo disprezzo dalla friulana, che nel DNA ha l'efficienza di gente che si è alzata per generazioni alle cinque di mattina per portare le vacche sul Rest e non ha tempo per le tue scemenze.
4. Sì, beviamo la grappa e no, non ci fa niente.
5. Le triestine non sono friulane, né linguisticamente né culturalmente. I triestini hanno un passato cosmopolita, un dialetto pieno di termini sloveni ed ebraici, hanno dato da bere a Joyce, Svevo e Saba, hanno il mare e trovano ogni scusa e modo per andarci. Si offendono le triestine e si offendono pure le friulane. Non fare confusione.
6. Se non reggi il frico, stai a casa.
7. Il friulano non ha la parola "felicità": puoi essere al massimo contento, ma felice no. Le friulane hanno alle spalle millenni di privazioni, fatica, invasioni, pellagra, migrazioni in altri continenti, morti nelle miniere del Belgio, bambole fatte con le pannocchie e tutta una letteratura della povertà. Il massimo dell'intellettualità espressa dal Friuli è Pasolini, ormai al 70% appropriato dai romani e per il restante 30% citato a sproposito come cantore dei poveri. Quindi le aspettative sono talmente basse che basta pochissimo per andare da zero a cento, anche solo una giornata al mare messa bene.
8. Le friulane sono strutturatissime. Studiano, lavorano, si fanno un mazzo tanto. Non vogliono i tuoi soldi, ma se ne vuoi frequentare una non ti conviene essere pigro: saresti schiacciato sotto il peso della sua quotidiana disapprovazione.
9. C'è un detto locale che più o meno recita: "L'ereditât dal Friûl, panza tetes e cûl". Mediamente mangiamo come camioniste e abbiamo avantreni e retrotreni abbinati (chi più, chi meno). Come sopra: se non reggi il frico, stai a casa.
10. Se ce ne siamo andate dal Friuli è perché cercavamo qualcosa che in Friuli non c'era: lavoro creativo, principalmente, ma anche mare, sole, o più banalmente la felicità che la nostra lingua non contempla. Una volta fuori da lì, non vogliamo più vivere come vivevamo prima. Per cui fai un po' tu. Ma non fare lo spandone.

Giulia Blasi su fb