martedì, gennaio 10, 2017

... l’infelicità non è altro che il paralume con cui ombreggiamo la luce dei desideri più profondi, quelli che sentiamo più grandi di noi, travolgenti. Che preferiamo non si avverino mai, per paura di bruciarci.

Flounder

mercoledì, dicembre 28, 2016

Pensierini.

Si arriva, secondo te, ad un certo punto della vita che, pur avendo la consapevolezza che più di tanto non sarai, ti svegli la mattina con quella bella sensazione d’aver fatto il possibile e se non hai avuto grandi risultati è lo stesso? Che t’importa se domani mette neve, tanto nel gelso tra un paio di mesi si vedranno già le prime gemme e tutto andrà avanti anche senza il tuo aiuto.
Dimmi, di che colore è la rassegnazione. A cosa assomiglia, visto che se l’ho incontrata, io, non l’ho riconosciuta.
E non è che mirassi a chissà cosa, sia ben chiaro. Avrei soltanto voluto esser brava in un fare. Ma non bravina o cosìcosì. Bravissima. La più brava.
Avrei voluto salir sul podio, al primo posto. E non con un pari merito. La più brava in assoluto.
Ad esempio, una medaglia d’oro in contafoglie. O una campionessa di filaindiana.
Oppure l’unica al mondo in grado di far ridere i polli.
Non ho mai avuto grandi pretese, lo sai. Non è che lo scopo della mia vita fosse quello di salvar il mondo.
Mi sarei accontentata d’esser la più brava in un fare poco importante, anche se, a dir la verità, il metter in fila indiana le cose, ha la sua bella importanza. Te l’immagini il tuttoquanto bello dritto, ordinato, senza un filo giù di riga?
E quanto sarebbero belli i polli contenti! Tu pensa, andar dalla Bianca per le uova fresche e vedermeli correr incontro tutti ridanciani. E solo con me, mica con tutti.
Ecco. Mi sarei accontentata anche di quel piccolo successo.
Oppure sognavo d’andar in giro per piazza Garibaldi con la mia bella medaglia al collo con su stampato a giro “primo premio mondiale in contafoglie”.
A te contar le foglie sembrerà robetta, ma t’assicuro che ci vuol impegno. Ti devi metter lì a fissar un punto della magnolia, e poi inizi, una-due-tre, e conti tutte le foglie da sinistra a destra e dall’alto in basso. Anche le più piccine o quelle che han la vita mezza gialla e moriranno prima di sera.
Non credere, anche il contar bene le foglie potrebbe servire a dare un senso al tuo star al mondo.
Il problema è quando ti rendi conto che con tutto il fare che ti circonda tu non sei in grado di vincer nemmeno una medaglietta, un trofeo…una targhetta grande come un francobollo, non dico d’oro, ma nemmeno di stagnola. La tristezza è rendersi conto che ci sarà sempre qualcuno che farà la fila più dritta della tua. O non solo saprà far ridere i polli, ma riuscirà anche a farli ragionar di Epicuro e di Kant.
Ecco, è per questo che ti chiedo se prima o poi uno arriva a rassegnarsi d’esser mediocrità, ché io son già a 129.543 foglie e non vorrei continuare a contar per niente.

Francesca Ferrari, ovvero Giarina

venerdì, dicembre 23, 2016

Stamattina il sole illuminava il giardino. Dopo una colazione lenta e silenziosa, ho lavato le mani, messo un canovaccio nei pantaloni e ho iniziato a cucinare.
Non posso evitare di ascoltare musica durante la trasformazione di odori, colori e sapori. Mentre sceglievo quale voce avrebbe colmato la cucina, ho fatto un pensiero riguardo a come la musica accompagna i gesti e, in particolare, il cucinare.
Precisamente, oggi Patti Smith mi ha fatto compagnia durante la cottura della carne, poi gli U2 ritmavano il coltello che tagliava cipolle, carote e sedano per il soffritto e successivamente un album bellissimo dei Gotan Project si è abbinato splendidamente al profumo di ragù che, pian piano, pervadeva casa.
Ti accorgi che quando sei presente nel presente tutto è inscindibile; i suoni, la luce del giorno che cambia, gli odori, le voci, le azioni. Le mani tagliano, mischiano, versano, spostano e i pensieri le seguono scorrendo, trasformandosi come la materia sul fuoco.
Sorridi da due ore e sai già, prima di assaggiare, che da questa perfezione non può che venire qualcosa di buono.

Mi penso felice con un grembiule addosso e le mani sporche di bontà.

Margherita

martedì, dicembre 13, 2016

era il millenovecentoottantadue,
i vegani non esistevano,
nessuno si faceva i selfie,
di facebook non se ne parlava e in linea di massima potevi ancora fare qualcosa senza essere costretto a raccontarlo a quelli che conoscevi,

da Protocollo 933, di Gianni Solla

martedì, novembre 29, 2016

quello che mi preme evidenziare è come sia del tutto illusorio pensare che una società possa stare in piedi a lungo quando hai una ragazzina di appena 18 anni che gira con in tasca un cellulare da 1000 euro (a tal proposito segnalo a tutti i tonti che si comprano gli IPhone da 800 euro che il costo di produzione è di 207 euro. Chi ha orecchie per intendere, intenda) e in giro ci sono milioni di disoccupati (italiani e non) davvero senza un soldo. Sono anni che, quando ne ho la possibilità. ripeto ai politici che conosco che le società più "sicure" non sono quelle con le telecamere e una pattuglia di polizia in ogni angolo, ma quelle dove la forbice delle diseguaglianze venga ridotta il più possibile. Ma niente, parole al vento.

Davide Lombardi

martedì, novembre 15, 2016

La verginità di lino banfi e le prostitute

Lino Banfi però a quei tempi fu accolto con molta freddezza:
“Su di me un certo snobismo. Guardavano i miei sketch di nascosto. Li perdono”.

Infine conclude raccontando il giorno in cui perse la verginità:
"A Napoli in una casa chiusa, fu la mia iniziazione sessuale. Ero stato in seminario per 5 anni, era l’11 luglio del 54 e io compivo 18 anni. Mi presentai in questa casa elegante. Mi aprì una donnina procace che stava pulendo. Mi chiese se avevo 18 anni, le mostrai la carta d’identità e vide che li compivo proprio quel giorno. Ero caruccio all’epoca, magro e carino. Mi fecero festa in due o tre. Fu una bella festa e non mi fecero manco pagare."

domenica, ottobre 23, 2016

la poesia è uno strumento che ci permette di conoscere qualcosa di nuovo rispetto a noi, un altro punto di vista su noi stessi. E, per conseguenza, un aggiustamento del nostro sguardo sul mondo

Brunella Saccone, citando Matteo Pelliti

(il post di Brunella menzionava l'artista Tiziana Cera Rosco)

venerdì, ottobre 21, 2016

Protocollo 930

La donna entra nel banco dei pegni,
“desidera?”, dice l’uomo al bancone,
“ho lasciato qui un orologio, molti anni fa”,
l’uomo si accomoda gli occhiali sul naso,
“è lei la proprietaria di quest’orologio?”
“sono io”,
“mio padre mi ha raccontato che una ragazza giovane venne a portarglielo lo stesso giorno nel quale sono nato io, e non si è mai fermato”,
sollevandolo, l’uomo si accorge che le lancette hanno smesso di muoversi tre minuti prima,
poi guarda la donna,
“posso fare una telefonata a mia moglie?”, chiede l’uomo,
“non è più possibile, ora dobbiamo andare.”

Hotel Messico (Gianni Solla)