martedì, giugno 04, 2019

"L'attenzione si paga in termini di futuri a cui si rinuncia. Paghi quell'episodio extra di Games of Thrones con la chiacchierata cuore a cuore con tuo figlio, preoccupato per qualcosa. Paghi quell'ora extra sui social media con le ore di sonno che non hai dormito e quella sensazione di freschezza che non hai avuto all'indomani. Paghi l'aver ceduto a quell'articolo indignato su quel politico che odi con la pazienza e l'empatia che hai perso, e la rabbia che provi per te stesso per aver abboccato all'esca del clickbait.
Paghiamo l'attenzione con le vite che avremmo potuto vivere."

- James Williams, Scansatevi dalla luce | libertà e resistenza nel digitale
(citato da Maximiliano Bianchi, ovvero Strelnik)

domenica, febbraio 17, 2019

Anch'io alcuni giorni fa ho avuto cinquant'anni.
Lo ricordo bene come fosse domani.
D'altra parte ne ho avuti anche dodici, una volta.
A dirla tutta ne ho avuti parecchi, di anni.
Alcuni anche doppi.
Altri, invece, talmente sfumati che non hanno lasciato nemmeno il segno.
Forse erano tracciati col carboncino.
Se non lo fissi, il carboncino vola via e ne resta così poco sul foglio che a fatica distingui il disegno.
Se mi guardo indietro, gli anni più belli sono stati quelli a matita colorata.
Il mio primo astuccio vero fu uno Stabilo, 24 colori.
C'era anche il verde acqua, mi ricordo.
Poi ci sono stati anni ad olio, ad acrilico e anni a pennino e china.
Belli. Brutti. Indefiniti.
Tanti.
Un bel giorno, non mi ricordo se di pomeriggio o di martedì, stanca di averli attorno a far confusione, mi son decisa e li ho acchiappati tutti con la retina da farfalle, poi li ho chiusi dentro uno scatolone.
Uno di quelli che ti arrivano a Natale, col panettone e i torroncini assortiti.
Uno scatolone di finto velluto blu che sposto una volta a destra sotto alla finestra, un'altra sotto la scrivania, o nell'angolo assieme ai libri.
Non riesco a trovargli il posto giusto e all'alba, quando sono ancora tra il qui e il là, me lo ritrovo sempre tra i piedi.
Lo volevo portar giù in cantina, ma sono così impegnata a fare e disfare pensieri che la sera mi arriva già alle dieci del mattino, e alla fine mi accorgo che lui è ancora lì, a far capolino da dietro la poltrona.
Anche adesso lo vedo, ma faccio finta di niente.
Mi guarda e ogni tanto scuote tutti gli anni che contiene.
Mi fa i dispetti: giusto ieri li avevo ordinati in belle pile a torre di Pisa, dal più al meno, dal blu al rosso, e dal verde al giallo.
Tanta fatica per niente, adesso saranno là dentro tutti mescolati a far arcobaleni di ricordi.
Stamattina m'era venuta voglia di riguardarne uno, il nono compleanno, ché non ricordavo più il colore di quel giorno bello.
A volte mi capita di non riuscire ad afferrare i suoni e gli odori degli anni ammucchiati e allora mi prende un senso di perdita così grande che devo cercar rimedio in una sicurezza a portata di mano. Ma non sempre funziona.
E oggi non riesco ad afferrare la sfumatura che colorò quella giornata di un'estate passata. Era smeraldina o color del tempo? Chissà.
Proverò a cercarla nella scatola blu di velluto finto, ma so già che non la troverò, ribaltata sotto i mesi e i giorni ammucchiati alla rinfusa.
Ci sono persone che sistemano gli anni in fila indiana, lo so.
I trenta prima dei quarantasei e dopo i ventitré.
Quelli belli in prima fila e quelli tristi dietro il gruppo.
Un archivio numerato che incasella tutte le ore al posto giusto, che permette di sapere in qualunque momento l'età giusta da indossare.
Io, invece, ho un tempo tutto mescolato. Un miscuglio marmorizzato di mille colori uguale a quello che ottengo quando alla fine di un quadro raccolgo i colori rimasti sulla tavolozza e li impasto per preparare il fondo della prossima tela.
In fin dei conti ecco a cosa serve aver tanti anni, a far un bel fondo spatolato per il quadro meraviglioso che dipingeremo domani. O lunedì.
O fra cent'anni.

Francesca Ferrari (Giarina)

lunedì, gennaio 07, 2019

Ciao, sono un Leghista semplice.
Per un quarto di secolo ho creduto che ogni mio problema fosse causato dai meridionali.
L’ho creduto perché così mi dicevano i capi del mio partito, che erano tutti onesti.
Non come i terroni.
Poi però i capi del mio partito sono stati beccati con i nostri soldi in tasca, e sono crollati al 4%.
Così proprio in quel momento si sono ricordati che i meridionali votano.
E sempre in quel momento hanno scoperto che i meridionali non sono poi tanto male.
E quindi mi hanno detto che per un quarto di secolo si sono sbagliati, e che ora devo credere nell’esatto contrario.
Che l’Italia non la devo più odiare ma amare.
Che con la bandiera italiana oggi non ci puliamo più il culo, ma anzi la baciamo.
E spero che almeno nel frattempo l’abbiano lavata, anche se dubito visto quanto è stato repentino il passaggio tra quando dicevamo “Padania is not Italy” e oggi che diciamo “Prima gli italiani”.
Un paio di anni forse.
I miei capi mi hanno detto che la causa dei miei mali ora sono altri.
Allora ho pensato subito ai potenti, ai privilegiati, ai padroni.
A quelli che ci sono da sempre e rubano da sempre migliaia di miliardi.
Ho pensato agli evasori, i corrotti, i corruttori, i falsi invalidi, gli incapaci, Cosa Nostra, la Camorra, la ‘Ndrangheta, il traffico di droga, il pizzo, gli appalti truccati, la burocrazia inefficiente, il divario tra Nord e Sud, i terreni avvelenati, la giustizia lenta, i raccomandati, i truffatori, i bancarottieri, e tutti gli altri problemi che mi fottono la vita da decenni.
Invece i capi del mio partito mi hanno detto che mi sbaglio, che non sono loro la causa di ogni mio male.
Il mio problema ora sono i morti di fame che arrivano sulle barche.
Quando arrivano.
I miei capi hanno detto che è colpa loro se pago troppe tasse, se le vecchiette rovistano nella spazzatura e i divorziati dormono in macchina.
Che loro in realtà stanno bene, e rischiano la vita per divertimento.
Soprattutto i neri.
E pensiamo che siccome alcuni neri sono delinquenti e maleducati - e lo sono sul serio - allora sono tutti così.
E vanno cacciati tutti.
Anche quelli che non ci hanno ancora fatto nulla.
Ho pensato che questo sia razzismo.
Che etichettare una persona non per quello che ha fatto, ma per il popolo a cui appartiene sia razzismo.
Ma mi hanno detto di no.
Così come ho pensato che anche noi italiani siamo migranti economici.
Siamo quelli che emigrano di più.
200.000 in 3 anni.
Andiamo negli altri paesi a cercare lavoro, non scappiamo da alcuna guerra.
Ma mi hanno detto che noi siamo "cervelli in fuga".
Loro invece sono parassiti.
Come i meridionali che vengono dal Sud a rubarc... ah no scusate, mi sono distratto.
E' che sono un leghista semplice.
E non riesco a stargli dietro. Ma ci provo.
In fondo mi accontento di poco: un padrone da seguire qualsiasi cosa dica e che indossi felpe e mangi arancini per farmi sentire che lui è come me.
Mi basta della gente da odiare e a cui addossare la colpa di ogni mio problema.
E sto bene così.
Mi accontento.
L'ho detto.
Sono un leghista semplice.

Emilio Mola

lunedì, dicembre 31, 2018

Il punto non è ribaltare l’argomento dell’avversario: il punto è abbandonare quell’inquadratura e proporne un’altra.

Massimo Max Giuliani

venerdì, novembre 30, 2018

In quest’ora della sera
da questo punto del mondo

Ringraziare desidero il divino
labirinto delle cause e degli effetti
per la diversità delle creature
che compongono questo universo singolare
ringraziare desidero
per l’amore, che ci fa vedere gli altri
come li vede la divinità
per il pane e per il sale
per il mistero della rosa
che prodiga colore e non lo vede
per l’arte dell’amicizia
per l’ultima giornata di Socrate
per il linguaggio, che può simulare la sapienza
io ringraziare desidero
per il coraggio e la felicità degli altri
per la patria sentita nei gelsomini

e per lo splendore del fuoco
che nessun umano può guardare
senza uno stupore antico

e per il mare
che è il più vicino e il più dolce
fra tutti gli Dèi
ringraziare desidero
perché sono tornate le lucciole
e per noi
per quando siamo ardenti e leggeri
per quando siamo allegri e grati
per la bellezza delle parole
natura astratta di Dio
per la scrittura e la lettura
che ci fanno esplorare noi stessi e il mondo

per la quiete della casa
per i bambini che sono
nostre divinità domestiche
per l’anima, perché se scende dal suo gradino
la terra muore
per il fatto di avere una sorella
ringraziare desidero per tutti quelli
che sono piccoli, limpidi e liberi
per l’antica arte del teatro, quando
ancora raduna i vivi e li nutre

per l’intelligenza d’amore
per il vino e il suo colore
per l’ozio con la sua attesa di niente
per la bellezza tanto antica e tanto nuova

io ringraziare desidero per le facce del mondo
che sono varie e molte sono adorabili
per quando la notte
si dorme abbracciati
per quando siamo attenti e innamorati
per l’attenzione
che è la preghiera spontanea dell’anima
per tutte le biblioteche del mondo
per quello stare bene fra gli altri che leggono
per i nostri maestri immensi
per chi nei secoli ha ragionato in noi

per il bene dell’amicizia
quando si dicono cose stupide e care
per tutti i baci d’amore
per l’amore che rende impavidi
per la contentezza, l’entusiasmo, l’ebrezza
per i morti nostri
che fanno della morte un luogo abitato.

Ringraziare desidero
perché su questa terra esiste la musica
per la mano destra e la mano sinistra
e il loro intimo accordo
per chi è indifferente alla notorietà
per i cani, per i gatti
esseri fraterni carichi di mistero
per i fiori
e la segreta vittoria che celebrano
per il silenzio e i suoi molti doni
per il silenzio che forse è la lezione più grande
per il sole, nostro antenato.

Io ringraziare desidero
per Borges
per Whitman e Francesco d’Assisi
per Hopkins, per Herbert
perché scrissero già questa poesia,
per il fatto che questa poesia è inesauribile
e non arriverà mai all’ultimo verso
e cambia secondo gli uomini.
Ringraziare desidero
per i minuti che precedono il sonno,
per gli intimi doni che non enumero
per il sonno e la morte
quei due tesori occulti.

E infine ringraziare desidero
per la gran potenza d’antico amor
per l’amor che move il sole e l’altre stelle.

E muove tutto in noi.

Mariangela Gualtieri

venerdì, novembre 16, 2018

È sull’erba piede nudo leggerissimo
dove l’acqua delle foglie si fa iride.
È il buon riso, l’aria, il sangue,
il modesto ardore libero.
Avvenire non ti cerco. Tu mi vieni
vento, immagine credibile, amorevole
sulla fronte. Poco a poco dove erano
anni, ridono attimi.
Non speranza né timore, amici, più.
Non l’affanno. Anche autunno in Lombardia
quatto e spento in mezzo ai gelsi avrà la sua gioia,
se vorremo, e la rinuncia.
Non del bene la rinuncia, amici, dico,
ma del tedio. Cuore nuovo andiamo innanzi.
Le felici, le dolcissime mattine
a noi tutti tornano.

Franco Fortini (citato da Gianluigi Gherzi)

lunedì, marzo 05, 2018

Sul tram una ragazza e un ragazzo in età da liceo, discorrono. Sono belli. Parlano di un matrimonio di un loro parente, lei dice: «Non mi sposerei mai in chiesa, perché non ci credo». Lui le risponde: «Io sì... Sai perché?» – fa una lunga pausa, lei attende in silenzio la motivazione: «Beh, ecco: tante generazioni si sono sposate in chiesa, quindi dev’essere giusto, perché non dovrei farlo io?». La ragazzina scuote il capo: «Per me non è un motivo». Lui si informa: «Ma i tuoi si sono sposati in chiesa?». Lei sospira: «Mio padre si era sposato in chiesa con mia madre, poi mia madre se ne è andata via e hanno divorziato. Dopo un po’ la famiglia gli ha fatto sposare la sorella di mia madre, in municipio, perché lui non sapeva neanche cucinarsi una cena, gli serviva una badante». Guardo meglio la ragazza: non sembra pachistana, ha fattezze e linguaggio di qui, direi anche del Nord. Vorrei chiederle se la sorella di sua madre è stata contenta del matrimonio combinato in funzione di badante, ma ovviamente non posso. Cambiano argomento, lui le chiede: «Tu sei gelosa?». Lei alza le spalle: «No, però se per stare con Samantha non puoi più vedere me, allora sì». «Se Samantha mi chiede per stare con lei di non vederti più, le dico di no». «Chissà se è vero... Secondo me per avvicinarti di più a Samantha, che ti piace tantissimo, mi lasceresti. E poi la sposi, e pure in chiesa». «No, no, non vorrei mai perdere te». Lei gli domanda un po’ più maliziosa: «Ma pure io posso avere due fidanzati, naturale?». Lui si percepisce che si sforza un po’, ma risponde: «Sì, naturale». A una fermata lui scende, prima lei gli passa degli appunti da studiare. Sceso lui, la ragazza si sistema meglio sul sedile, estrae dalla borsa il telefono, scorre un po’ di messaggi, forse «sta imparando a compitare nuove lingue sconosciute», come dice un bel verso di Max Manfredi. Scendo anch’io, entro nel bar dei cinesi, dove una signora sui cinquanta, un poco scarmigliata, dice a un uomo più vecchio: «Oh, ma oggi si vota? E per chi cazzo devo votare?». «E che minchia ne so? Vota chi cazzo vuoi». La barista orientale serve a me un cappuccino, alla signora un bicchiere di bianco. Ripenso alla lunga pausa in cui il ragazzo ha cercato nella sua testa una motivazione per l’affermazione, forse avventata, a favore del matrimonio in chiesa, e la ragazza ha atteso paziente, senza minchieggiare. Crescono indecifrabili foreste, e noi abbiamo perso tempo a studiare piccole piantine artificiali nei nostri laboratori. Noi chi, poi? Quattro gatti che sparano giudizi da vecchi coglioni, per sbrigarsela in fretta.

Carlo Molinaro

lunedì, febbraio 05, 2018

Meglio un tema banale trattato in modo approfondito che un tema profondo trattato banalmente.

Gaetano Vergara
(che lo ripete ogni anno ai ragazzi che si avviano a predisporre le tesine per gli Esami di Stato)