mercoledì, luglio 01, 2015

Nel febbraio del 2011 un tunisino a bordo di un’auto sfondò una vetrata del Terminal 1 di Malpensa. Scese dal veicolo brandendo un coltello e seminò il panico finché non venne immobilizzato e arrestato dalla polizia.
Non molto tempo dopo mi trovavo con degli sconosciuti compagni di viaggio in una navetta che mi portava proprio da quell’aeroporto verso uno dei suoi vari parcheggi-satellite. L’autista moriva dalla voglia di arrabbiarsi. Iniziò a tenere un comizio su quegli “stronzi arabi musulmani di merda figli di puttana” che mettevano a repentaglio la sua vita: lui era un padre di famiglia che lavorava ogni giorno sul tragitto da e per l’aeroporto e non si sentiva al sicuro. Si sentiva talmente in pericolo che “ormai non basta più nemmeno votare Lega”.
Essendo i miei geni abbastanza confusi, ho la fortuna di non riuscire quasi mai a venire offeso al 100% da qualsiasi genere di provocazione etnico-territorial-campanilista. Non che mi capiti spesso di trovare persone inclini a insultare i Predazzani, peraltro.
In ogni caso quel giorno, con la mia faccia da brava persona, i miei vestiti da tizio qualunque e il mio smisurato autocompiacimento, impugnai la cortesia che porto sempre con me per difendermi dagli imprevisti e dissi all’autista: “naturalmente lei ha diritto alle sue opinioni, ma la pregherei di esprimerle con un linguaggio diverso perché in questo momento, anche se non lo sa, sta insultando mio padre e metà della mia famiglia.”
L’autista mi guardò dallo specchietto nel tentativo di capire dove stessero andando a schiantarsi le sue certezze. Gli spiegai brevemente la mia condizione di baùscia del Sahel. A quel punto, grazie a Dio, hamdullah, iniziò a farfugliare imbarazzatissimo le sue scuse e ad affannarsi verso la più vicina uscita d’emergenza: “nel mio palazzo abita una marocchina ed è un’ottima persona, andiamo d’accordissimo.”
Lasciando da parte l’ironia, non voglio affatto contestare la banalità della difesa-passepartout “ho un migliore amico ebreo disabile transgender”. Voglio, anzi, soffermarmi sull’evidente sincerità delle sue scuse.
Quell’autista era una brava persona. Era una delle tante brave persone che hanno innanzitutto delle priorità affettive, con la responsabilità di mantenerle e garantire loro un presente ed un futuro, in un contesto che non incoraggia la speranza e non propone un ideale. Era una delle tante brave persone che non hanno il tempo, la voglia e le energie necessarie per compiere il primo e più importante atto di responsabilità individuale: pensare.
Che differenza c’è tra la vicina marocchina e il tunisino che semina il terrore in aeroporto? C’è tutta la differenza di questo mondo, se ci pensi. Ma se non ci pensi, sono entrambi degli stronzi arabi musulmani di merda figli di puttana.
È un momento difficile per la democrazia, che si trova di fronte alle proprie contraddizioni.
In un paese come l’Italia, il leader di destra del partito di sinistra (che a mio personalissimo parere al momento rimane comunque l’alternativa più sensata all’astensione) mal tollera il Parlamento e sembra immaginare se stesso nel ruolo di piccolo despota illuminato.
In un paese come la Tunisia, una donna della mia famiglia, persona di indubbia apertura mentale che insegna sociologia ed è stata la prima a gioire per la Rivoluzione dei Gelsomini, a pochi anni dal crollo del regime mi dice sottovoce: “ma se ci fosse stata la democrazia, invece di Bourguiba, e avessero sottoposto i diritti delle donne al vaglio popolare, credi che ora io sarei una docente universitaria?”
Le statistiche (almeno quelle che ho trovato in giro) ci dicono che è vero che la maggior parte dei crimini contro la proprietà è compiuta da non italiani. Ma ci dicono anche che non è vero che gli extracomunitari sono un fardello economico: ciò che spende lo Stato per loro è inferiore alla ricchezza creata dalle attività professionali ascrivibili a cittadini extracomunitari che operano nel nostro Paese.
La cronaca, peraltro, ci svela che il tunisino di cui sopra non era un terrorista, ma uno squilibrato. Ma il mio autista quel pezzo della notizia se l’era perso, non l’aveva letto, o forse non aveva avuto la pazienza di farlo collidere con le sue certezze.
Io ogni volta che mi chiedo cosa posso fare nel mio piccolo, per il bene della democrazia, mi rispondo due cose.
La prima è fare lo sforzo di pensare, e maledizione a quant’è difficile invece non affidarsi istintivamente alle vulgate, soprattutto a quelle che provengono dalla “nostra” parte, qualunque essa sia.
La seconda, in questo momento, è andare in vacanza in Tunisia.

Karim Ayed

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